“Amarsi. Amore ama ancora Psiche?” di Stefano Baratta – Moretti&Vitali

La coppia, così come si è venuta a costituire nei tempi moderni, non serve più per “dare una mano” in famiglia, per avere “manodopera “da mandare a lavorare nei campi, per aumentare la forza lavoro complessiva della famiglia; anzi crescere i figli costa molto denaro, non garantisce più il diritto di ricevere affetto, educazione e cure da entrambi i genitori. 

Coniugalità e genitorialità vengono messe a dura prova da incomprensioni, rancori, tragedie familiari che spesso sfociano in separazioni e divorzi. 

Né la coppia può essere più considerata come il luogo ove si sdogana la sessualità: sesso facile ormai se ne trova dappertutto, senza dover nemmeno fare troppi sforzi. 

La coppia è morta? Esperienze affettive infantili e biografie sentimentali insoddisfacenti, il potere del patriarcato e i sussulti del matriarcato, l’incapacità di elaborare un pensiero complesso e la mancanza di padri sociali, il rancore che l’uomo nutre nei confronti della donna – e viceversa – sin dal Neolitico alfine l’hanno uccisa?Il mondo degli ideali è finito, possiamo sentirne la mancanza, provare nostalgia, essere critici, sfiduciati, perplessi, ma questa è la realtà. In assenza dei vecchi valori è nato un nuovo asse valoriale che va dallo scambio al corpo, passando dalla merce. 

Il primo valore in assoluto è avere qualcosa da scambiare, più si ha o si può far credere di avere meglio è. Nulla conta se lo si ha veramente o no. L’onestà non è più un valore. La religione è merce. La giustizia è merce. La cultura è merce. Tutto si può vendere o comperare, a tutto si può dare un prezzo, e così, come si può apprezzare, si può anche disprezzare. Per scambiare però bisogna che gli altri sappiano che cosa hai, lo devi poter comunicare e la miglior pubblicità la fanno il corpo e l’ostentazione dell’immagine di se stessi al top di questa scala valoriale: belli e scambisti. 

Nella società contemporanea vi è ancora posto per un sentimento “vero” o anch’esso è diventato merce di scambio?La coppia che parte dallacuriositas, dal desiderio di conoscenza, passa per la separazione, il dolore, la ferita, la riunione e infine tramite il recupero di un pensiero mitico, di un padre sociale e della coniunctio tra maschile e femminile realizza una nuova entità che è altro ed è di più della semplice unione dei due membri della diade è ancora possibile o è rimasta un ideale utopico?Possiamo lasciare che l’anima si racconti, sfruttando l’abilità innata dell’uomo di vivere tra le immagini della dimensione archetipica della mente, possiamo delegare al pensiero mitico il compito di strutturare modelli nuovi di comportamento, dal sentire all’agire, dall’idea del mito alla realtà delle cose quotidiane, ma non basta, perché? 

Certamente parte della colpa va data alla perdita di potere e di ruolo dell’uomo dei tempi moderni, alla sua debolezza e incapacità di rinnovarsi, così come a stili di attaccamento affettivo disastrosi, ma nessuno di questi punti, anche se possono facilmente portare all’odio, spiega perché all’omicidio segue molto spesso un suicidio o un suicidio allargato, né da una ragione alla ferita impressa sul corpo della  donna, che è parte non solo concreta, ma anche simbolica di queste orribili azioni, ovviamente al di là del significato estetico, di vilipendio, di sfregio dell’immagine -anche morale – sottesa al gesto.

Alla base di un femminicidio/suicidio, che avviene nell’ambito di una coppia – soprattutto quando lei voglia separarsi – non sembra esserci solo l’odio dettato da motivi intuibili, se non comprensibili e rafforzato da tematiche complessuali di tipo abbandonico, ma il ruolo della coppia stessa è fondamentale: il maschio dei tempi moderni, che non abbia saputo evolversi, è inconsciamente devastato da un profondo sentimento di inferiorità che nutre nei confronti della femmina, perso, incapace di darsi un nome e un volto, si regge su un residuo liminare d’identità datogli dall’unione con una donna, quella donna che ora lo sta abbandonando, si ritrova  – privo di tutte le compensazioni eroiche dei secoli precedenti – a essere un nulla, incapace di tracciare anche il minimo segno nel quadro della vita se non uccidere, uccidere non l’altro, il che non avrebbe senso, ma la loro unione, con la folle speranza che quell’ultimo segno, quell’ultima orribile ferita testimoni a rinascita di una impossibile vita. 

Un noto predicatore scrisse: “No, non c’è praticaccia che tenga: se non guardo in faccia la gente, non riesco a parlare” e Lèvinas fonda parte della sua teoria sullo sguardo del volto dell’altro, ma prima di loro fu Apuleio a porre l’accento allo sguardo di Psiche sul volto di Eros, senza il quale nulla sarebbe accaduto.

La presenza del volto è un’ingiunzione a rispondere. L’Io non prende solo coscienza della necessità di tale risposta, come se si trattasse di un obbligo, ma si sente responsabile del dovere di dare voce alle parole dell’etica. L’Io svuotato dal suo imperialismo e del suo egoismo, confermato nella sua ipseità nella sua funzione di supporto dell’altro, si identifica con la moralità. È dunque la relazione con l’atro che può suscitare nella coppia un movimento etico che sconvolge la “buona coscienza dello scambista”, e implica un passo in più rispetto all’usuale intenzionalità: bruciare di un fuoco diverso da quello del bisogno che l’appagamento estingue.

La messa in questione della “buona coscienza” fa entrare in un tessuto di relazioni che portano al disvelamento delle false gratificazioni, mentre le soddisfazioni più belle arrivano all’improvviso, quando meno te lo aspetti, in una frase, un pensiero o un gesto qualunque. 

La potenza di un dono gratuito è così grande che l’emozione derivante è incontrollabile: così grande che una lacrima di commozione passa dagli occhi, ma viene prodotta direttamente dal cuore. (Anton Vanligt). Alle stesse conclusioni – che non sono un punto di arrivo ma un punto di partenza – sono arrivate alcune coppie che sono rinate, da queste ripartendo. L’elemento mancante – da aggiungere e che non può sostituire quanto detto nei capitoli precedenti – è dunque la necessità di vivere secondo un’etica, la cui prima e imprescindibile regola è quella del darsi all’atro gratuitamente, indipendentemente da ciò che si ha o si può pensare di poter avere di ritorno.

Ineccepibile e giusto da un punto di vista morale è aprirsi all’altro. Se dovessi riscrivere questo libro, vorrei che fosse di cento pagine, novantanove di esse dovrebbero essere bianche, sull’ultima pagina poi scriverei: conosco solo una legge d’amore per la coppia, la gratuità.

Stefano Baratta